Missione: “ Crv-ACR -Onlus di fatto http://www.acraccademia.it/NOVITA'.html - http://blog.libero.it/acrcrvdifatto/ svolge un’attività socio-culturale di prevenzione al BULLISMO. -‘dal 1987 ad oggi ”.. combatte le DEVIANZE GIOVANILI-il Cyberbullismo e "Bulli e Bullismo.. Vandali e Vandalismo” con l'OSCAR e crea protocolli d’intesa, tra operatori sociali, Associazioni, e Comitati. Breve Storia del Concorso di poesia/arti e mestieri OSCAR: Nasce nel 1987 a Milano, da un'intuizione di Sergio Dario Merzario, Rio, Semenza, Maderna e altri, prende il via il Concorso "il BAGGESE". Acr, Repo e Paza nel 1999, lo trasformano nel trofeo lombardo ( che nel 2002 diviene TROFEO LOMBARDO LIGURE). Nel 2006 diventa OSCAR Internazionale CONTRO il BULLISMO con il contributo di Sergio Dario Merzario, Ketti Bosco , le biblioteche e l'Unicef Prov. di IMPERIA!” associazione@acraccademia.it ; www.informarexresistere.fr/2013/03/06/lo-storico-alla-grillina-non-ce-fascismo-buono/#comment-306886 acraccademia.it/Acr%20Roma%20pag%206.html acraccademia.it/Il%20Baggese%20pag%207.html
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martedì 28 gennaio 2014

Destinata al Club Filippo TURATI.. Riceviamo e volentieri pubblichiamo:


Cari LETTORI e Amici/Compagni ...dal collega, compagno, amico e collaboratore, volontario di acr LUCIANO LUNGHI...Caro Sergio, questa volta Ti invio un documento che è la fine del mondo.
Fallo conoscere a tutti. Specie ai comunisti che ora sono in braghe di tela
con Berlusconi. La stotria ci parlerà anche degli avvenimenti odierni:
Ciao. Luciano
(Grazie a FILIPPO TURATI fondatore del PSI) ! 
Grazie.. a Te LUCIANO, che sei MEGA.. eccolo pubblicato.. è VERAMENTE di PORTATA STORICA...  poi lo mettiamo sul giornale di Roma!
il direttore., di ACCADEMIA-ACR e CRV Sergio Dario Merzario
Fraterni saluti..( ce ne vorrebbero di collaboratori.. così.. disinteressati e sinceri..)
.................................................................
.. la rivincita STORICA... 
 di.. FILIPPO  TURATI
Relazione al Congresso di Livorno

Del PARTITO SOCIALISTA ITALIANO

Discorso  tenuto il 19 Gennaio 1921
Da ricordare che  fin dal 1917, dopo la vittoria del comunismo in russia i nostri massimalisti non guardavano ad altro, all’infuori di quell’esempio.
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Presidente  (Argentina Altobelli)  - Ed ora la parola  è a  Filippo Turati per la sua annunziata dichiarazione. (Mentre   l’On. Turati muove verso la tribuna   degli oratori, tre quinti dei  congressisti scattano in piedi  prorompendo in un vivissimo applauso. Qualche voce isolata grida: Viva la Russia!; ma piu’ numerose sono le grida di: Viva il Socialismo!  Turati appare alla tribuna e gli applausi   non cessano ancora. Ristabilito alfine il silenzio, egli può incominciare il suo discorso).

                           Testamento e fatto personale – Contro  un’idolatria a rovescio 


TURATI – Compagni  amici e compagni avversari ( non voglio, non debbo dire nemici).  A Bologna, un anno fa , in un discorso che fu molto contrastato, che forse ebbe tuttavia qualche conferma  dalla successiva vicenda dei fatti, parlando ( è ormai quasi il mio destino) come un imputato davanti un tribunale di guerra, io vi pregavo di accogliere le mie parole  come un testamento. Senza avere la sciocca presunzione di voler aggiungere con ciò lugubre solennità alle mie parole, non debbo farvi oggi diversa dichiarazione.

Dovrei, anzi,ringraziare il Partito ed il Congresso che mi hanno  lasciato quest’altro anno di vita.Un tribunale rivoluzionario che non vi uccide di schianto, ma vi lascia ancora qualche respiro , è un tribunale mite . . . al quale  si deve professarsi .  grati. (Ilarità)  Perciò invoco un’altra volta dalla vostra cortesia una benevola attenzione. In fondo nessuno di voi ha interesse ad interrompermi.  Non lo hanno specialmente quei compagni che piu’ desiderano condannarmi: costoro hanno tutto l’interesse- perché la condanna  abbia almeno apparenza di giustizia – di ascoltarmi.  Senza dire che ai piu’ bolsevichi fra voi non dovrebbe piacere una confessione fatta alla russa, a voce alta,  nel tempio del Partito.  Non ho alcuna intenzione, d’altronde, di urtare i sentimenti di chicchessia; e se voi stessi non prolungherete il mio discorso  con troppe interruzioni, per qualche parola o frase mal detta o male intesa, io vi ruberò poco piu’ di mezz’ora.
     Invero o ch’io parli per fatto personale, o per una anticipata dichiarazione di voto, non è il caso davvero, per me, di un lungo discorso ; non per fatto personale, perchè sebbene  in un certo senso tutto questo congresso sia un po’ il mio processo (anche a prescindere  dal processo speciale pel quale la Sezione  d’accusa del Partito mi rinviò a questa corte d’assise, ma che, forse per l’angustia del tempo non pare che sarà  celebrato con tutti i riti),  debbo tuttavia constatare che gli stessi oratori, che mi hanno accusato  mi hanno al tempo stesso, anche difeso.   E poi – consentitemi questo innocuo orgoglio -  io so che essi sentono che la mia difesa personale, piu’ ancora che nelle mie parole, è in me stesso.
     Io dunque non avvilirò il congresso, occupandolo in minuzie che interessino sopra tutto  il mio amor proprio personale. Che io abbia  usato, oppur no, in alcuni scritti o discorsi, qualche frase piu’ o meno opportuna, che io sia magari caduto , come dicono sorridendo gli amici, in qualche infortunio sul lavoro (io sostengo di no, e rivendico anzi  i pretesi miei infortuni come il maggior documento  della mia sincerità e della mia devozione al Partito): tutto ciò ha ben poca importanza e proverebbe solo che io ho lavorato. (Commenti).  Eh! Si! Gli infortuni sul lavoro non avvengono ai critici inerti, a coloro che non si prestano alla rude fatica . . (.Voci:   Bene, Bravo! . . . ).
     Tutto questo – ripeto  -  ha una ben misera importanza  per chi  non si crei, negli uomini, degli idoli, dei feticci personali.
Se il nostro partito è un partito di classe, se l’azione nostra è azione di storia, gli errori   (forse pure) di un uomo non possono scalfire  che l’epidermide.  Amici, abbattete tutti gli idoli  e tutte le idolatrie; anche quella idolatria alla rovescia, che consiste nel sopravalutare il danno di frasi e di atti di Tizio o di Caio, di Turati o di Serrati, o fosse pure  di  Marx o di Lenin. (Commenti).  La  forza del Partito, se esiste, non è in determinati uomini ma nella coscienza del gran numero dei suoi componenti.  Alla pattumiera dunque tutte queste quisquilie  e leviamoci piu’ alto, molto al di sopra  delle persone (approvazioni vivissime).


PER DICHIARAZIONE DI VOTO LA MOZIONE DI REGGIO EMILIA E L’UNITA’ DEL PARTITO

 


     E neppure esige un lungo discorso la mia anticipata dichiarazione di voto. Nel discorso di Baldesi  e di Vacirca, in quello stesso di Lazzari  ( che – a dir vero – mi ha trattato un po maluccio, al quale  però sono grato  per aver  nelle sue parole  sentito pulsare quel senso di profonda umanità  che si direbbe inaridito nella secca e puramente cerebrale dialettica dei teorici nuovo stile), c’era piu’ di quanto bastava per persuadere tutti quelli che possono essere persuasi, o almeno per indurli  a dubitare e pensare.  Quanto a quelli, la cui mente è fasciata dal partito preso settario, sono vani i nostri discorsi. Per essi conviene atendere la spontanea evoluzione  degli spiriti, che non giova sforzare.  Ora questa evoluzione  degli spiriti è senza dubbio in cammino . . . (commenti vivissimi).
     Non vi offenderete, spero , se dico bene di voi. Io ho constatato, tutti del resto abbiamo constatato, negli stessi discorsi dei compagni avversari , di quelli che piu’ sono prigionieri di se stessi e della loro tesi di ieri, la prova evidente che cotesta evoluzione  procede rapidamente.  Ah! Quanta differenza fra le avventate proclamazioni  e previsioni di Bologna ed i cauti e ponderati discorsi degli estremisti e massimalisti di questo congresso! (Commenti, rumori - Una voce: Serrati!).
     TURATI – Non voglio fare personalità. Riferisco un’impressione generale. Voi non ve ne avvedete, ed è naturale. Ma voi correte verso di noi con  la velocità di un treno lampo. Quando la mentalità di guerra (il cui formarsi non fu colpa di nessuno) sarà evaporata, quando quelli che con frase felice, Serrati definì il  socialismo di guerra e la psicologia dei combattenti, saranno esauriti,  allora – la riflessione e la esperienza  aiutando – l’unità del Partito, che si ha oggi da tal’uni in così grande dispregio,  la unità piu’ organica e piu’ vera, tornerà a trionfare. Ecco in che senso  - pure constatando i dissensi  inevitabili, che non giova coprire ne attenuare, che giova anzi denudare ed analizzare,  poiché la critica è necessaria al pensiero ed alla vita dei partiti – noi rimaniamo fermamente unitari.Ecco, perché  io stesso, che passo (non importa se a torto o a ragione) per essere il piu’ destro dei destri, io stesso mi unisco  con tutto il cuore alla mozione di Reggio Emilia, che quì  vi ripresentiamo malgrado certe concessioni  e transazioni, o – diciamo pure – ambiguità che essa contiene, dovute ad un onesto opportunismo  di partito,  al desiderio cioè di venire un po’ incontro  ad altri compagni, per realizzare  con essi una salda e reale unità.  (Approvazioini, commenti).





NELLA DOTTRINA: SOCIALISMO E COMUNISMO E LA CONQUISTA PROLETARIA DEL POTERE


     Compagni! Due sole note io toccherò in questo breve discorso: l’una dottrinale e l’altra pratica.   Sul terreno dottrinale io rivendico sommariamente il mio ed il nostro diritto  di cittadinanza  nel Socialismo, che è il Comunismo;  che non è il Socialismo Comunista o il comunismo socialista, perché in queste espressioni artificiose  e ibride l’aggettivo scredita il sostantivo o il sostantivo rinnega l’aggettivo.
     Il Comunismo ebbe due sensi nella storia del movimento dei lavoratori : o fu il comunismo critico di Marx e di Engels, contrapposto, per ragioni   tutte tedesche e transuenti ai vari falsi socialismi (feudale, filantropico ecc.), socialismi tutti quanti antirivoluzionari  i quali da un pezzo ed ovunque sono oggi superati; oppure fu il comunismo ideologico nella previsione della futura società, il quale alla formula del collettivismo (a ciascuno  secondo il suo lavoro, salvi –sintende – i diritti di assistenza per gli invalidi, per i vecchi, per i bimbi), sostituiva l’altra  “ a ciascuno secondo i suoi bisogni”, formula applicabile soltanto, come è evidente, ad una società  molto piu’ progredita, in cui sia esuberanza di produzione, e ciascuno possa “ prendere nel mucchio” a suo piacimento :  due formule, dunque, che rispondono a una successione di fasi sociali piu’ che a una opposizione di concetti o di sistemi. 
     Compagni!  Questo Comunismo, che si chiamò poi Socialismo, può anche espellermi dalle file di un Partito, ma  non mi espellerà mai da se stesso;  perché francamente , compagni (attribuitelo al malinconico privilegio dell’anzianità, non ad un nostro merito personale), questo Socialismo, questo Comunismo non soltanto noi lo abbiamo imparato nella giovinezza, ma lo abbiamo in Italia, per lunghi anni, insegnato alle masse e ai partiti d’avanguardia,quando questi lo ignoravano, lo avevano in sospetto.  E’ così che io, con altri pochissimi, in un tempo che i giovani non possono ricordare, abbiamo portato  nelle lotte proletarie italiane precisamente questa finalità suprema: la conquista del potere da parte della classe proletaria, costituita in partito indipendente di classe.
     Questa conquista del potere, che Terracini enunciava ieri come un carattere distintivo fra la sua e la nostra frazione, fra il programma antico  e il programma cosiddetto nuovo, che egli confessò essere tuttavia in faticosa elaborazione, è niente altro che, da 30 anni ormai,  e proprio per opera nostra, il glorioso programma del partito socialista (applausi, commenti).
Io posso perciò amichevolmente sorridere ad una novità di una pretesa scoperta, nel cui nome ci si vorrebbe condannare, mentre fu l’anima della nostra vita da quando incominciammo a pensare (approvazioni).

QUEL CHE VERAMENTE CI DISTINGUE

…..Ma non è questo che oggi ci distingue. Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista – la questione del fine e neppure quella dei mezzi (lotta di classe, conquista del potere ecc.);  - ma la valutazione della maturità della situazione e lo apprezzamento del valore di alcuni mezzi episodici. Primo fra questi la violenza, che per noi è, e non può essere , programma, che alcuni accettano soltanto a metà (unitari comunisti o viceversa).
Altro punto di distinzione è la dittatura del proletariato , che per noi,  o è dittatura di minoranza, ed allora è anche dispotismo, il quale genererà  inevitabilmente  la vittoriosa controrivoluzione, o è dittatura di maggioranza, ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere la dittatura.
     Terzo punto di dissenso  è la coercizione del pensiero , la persecuzione, nell’interno del Partito, l’eresia, che fu l’origine ed è la vita stessa del Partito,  la grande sua forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che  gli si parano di contro.    Ora tutti e tre questi concetti si risolvono poi sempre  in un solo: nel culto della violenza, sia esterna sia interna,  e hanno tutti  e tre un presupposto, nel quale  è il vero punto  di divergenza tra noi: la illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario  di un giorno o di un mese, sia l’improvviso calare di un scenario  o l’alzarsi di un sipario, sia il fatto di un domani o di un posdomani  del calendario; mentre la rivoluzione sociale non è un fatto  di un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri e di domani, è il fatto di sempre,  che esce dalle viscere della società capitalista, del quale noi creiamo soltanto la consapevolezza, e così agevoliamo l’avvento; mentre nella rivoluzione ci siamo; e matura nei decenni, e trionferà tanto piu’ presto, quanto meno lo sforzo della violenza, provocando prove premature e suscitando reazioni trionfatrici ne devierà ed indugerà il cammino. Ond’è che per noi gli scorcioni sono sempre la via piu’ lunga, e la via che altri  crede piu’ lunga, è stata e sarà sempre la piu’ breve. La evoluzione si confonde nella rivoluzione, è la rivoluzione stessa, senza sperperi di forze, senza delusioni e senza ritorni.
     Ecco perché il concetto  lumeggiato dal compagno Serrati alla fine del suo discorso, secondo il quale, in omaggio alla disciplina  (la quale, ragionevolmente intesa,noi accettiamo senza riserve e senza ipocrisie, con perfetta dedizione ed immolazione  alle necessità del partito), noi dovremmo, oggi piu’ di ieri, sottometterci ed appartarci, questo concetto deve essere inteso con molto grano di sale, al pari della formula stereotipa della libertà del pensiero e della critica combinata con la assoluta disciplina  nell’azione (commenti). Ma  quando, in un Partitio come il nostro, incomincia l’azione? Quando finisce?  Per chi crede al trapasso  taumaturgico, l’azione è di un momento; e allora si comprende la sottomissione  passiva dei dissenzienti, se la loro coscienza  non permette  loro l’attiva cooperazione.
     Ma se l’azione si spiega nei decenni, se la rivoluzione non è  il fatto di un istante, ma il frutto di una lenta  e faticosa conquista,allora, compagno Serrati, chi si sottomettesse sistematicamente e rinunziasse  per un tempo  indefinito alla parola ed al pensiero, evidentemente rinnegherebbe se stesso;  e  io non credo che voi abbiate nessun interesse ad avere dei rinnegati  tra voi
(approvazioni) .   Sarebbe questo il maggiore tradimento che, per ipocrisia, per vanità  o per utile personale, si possa fare al partito.

IL SOCIALISMO E LA VIOLENZA

     Questo culto della violenza , che è un po’ negli incunaboli di tutti i partiti nuovi, che è strascico di vecchie mentalità  che il Socialismo marxista ha disperse, della vecchia mentalità insurrezionista , blanquista, giacobina, che volta a volta sembra tramontata e poi risorge di nuovo, e a cui la guerra ha ridato un enorme rigoglio, non può essere di fronte alla complessità della lotta sociale moderna, che una riviviscenza morbosa ed effimera.
     Organicamente la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo.  E’  propria delle minoranze che intendono imporsi  e schiacciare le maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali e con i mezzi normali di lotta, imporsi  per legittimo diritto La violenza è il sostitutivo e il preciso contrapposto della forza.  E’ anche un segno di scarsa fede nella idea che si difende, di cieca paura delle  idee avversarie.  E insomma, in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfi per un’ora, poiché apre
inevitabilmente la strada alla reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto diventa controrivoluzione,









Che diventa vittoria e vendetta dei comuni  nemici.  Questo avvenne sempre nella storia. Lo stesso Cristianesimo, alle origini una grande idea-forza, che sommosse il mondo, si afflosciò, tradì se stesso,  mancò completamente alla sua missione, quando volle appoggiarsi ai troni, ai soldati  ed ai roghi (applausi).  Con  la violenza che desta  la reazione, metterete il mondo intero contro di voi. Questo è il nostro pensiero di oggi, di ieri, di sempre, ma sopra tutto in periodo di suffragio universale; quando voi tutto potrete se avete coscienza e, se no, nulla potrete ad ogni modo.  Perché voi siete il numero e siete il lavoro, e sarete i dominatori necessari del mondo di domani a un solo patto: che non mettiate con la violenza, tutto il mondo contro di voi.Ecco il fondo del solo vero nostro dissenso, che è oggi come di ieri, nel quale sempre insorgeranno e ci differenziammo.  E quando Terracini ci dice, credendo coglierci in contraddizione: lanci la prima pietra chi in qualche momento, nel Partito, non fece appello alle violenze piu’ pazze, io posso francamente rispondergli: eccomi qua! Quella pietra io posso lanciarla (applausi vivissimi). 
     Si, a noi può dolere che questa mostruosa fioritura psicologica di guerra ci divida fra noi, ci allontani tutti quanti dalla mèta, ci faccia perdere anni preziosi, facendo involontariamente il massimo  tradimento al proletariato, che noi priviamo di tutte le enormi conquiste che potrebbe oggi   conseguire, sacrificando alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze, suscitando tutte le forze della controrivoluzione.   Si, noi lottiamo oggi troppo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, siamo noi a creare la reazione, il fascismo, ed il partito popolare.  Intimidendo ed intimorendo , proclamando  (con suprema ingenuità anche dal punto di vista cospiratorio) l’organizzazione dell’azione illegale, vuotando di ogni contenuto l’azione parlamentare che non è già l’azione di pochi uomini, ma dovrebbe essere, col suffragio universale, la piu’ alta efflorescenza di tutta l’azione, prima di un partito, poi di una classe; noi avvaloriamo  e scateniamo  le forze avversarie  che le delusioni della guerra avevano abbattute, che noi avremmo potuto facilmente debellare per sempre.  Né, cari amici, vi sarà sempre possibile ripararvi sotto il vecchio ombrello-Turati(ilarità vivissima).
     Ma conviene rassegnarsi al destino, subire questa sosta. Le vie della storia non sono facili. Noi possiamo cercare di abbreviarle, con sincerità, sdegnosi di popolarità, facilmente accattate a prezzo di formule ambigue. E questo noi facciamo e faremo, e con voi e fra voi, perche è il nostro preciso dovere. Noi saremo sempre col Proletariato che combatte la sua lotta di classe. Questo è l’imperativo categorico della nostra coscienza.

LA VIOLENZA E IL VERO MARXISMO

     Noi siamo, come voi, figli del “Manifesto” del  ’48.  Soltanto che noi, pur sentendoci figli  di quel “ Manifesto” non lo seguiamo come un sistema che si elevi a dogma religioso, ma criticamente, integrato da oltre sessant’anni di esperienza, corretto e perfezionato, come fu, dai suoi stessi autori e dai loro interpreti piu’ autorizzati.   Io citai, a Bologna,  la celebre prefazione a Le lotte di classe in Francia di Marx,  scritta dopo un cinquantennio, nel 1895, dal suo collaboratore e continuatore piu’ fedele, Federico Engels; nella quale è come il coronamento di tutta l’idea marxista.Dopo avere lamentato l’enorme salasso di sangue e di forze che l’esperimento  della Comune parigina aveva costato, onde si ebbe in Francia per parecchi decenni l’anemia e l’arresto del movimento proletario; dopo aver dimostrato come la tattica rivoluzionaria abbia dovuto subire una profonda mutazione per effetto delle conquiste  del suffragio universale, e chiarito come la violenza, che del resto anche nelle rivoluzioni del passato ebbe una parte assai superficiale e apparente che profonda e reale, sia diventata oggi, per tante ragioni,  anche tecniche, il suicidio del    Proletariato,  mentre la legalità è la sua forza e la sua vittoria sicura; “comprende  ora il lettore –egli chiedeva -  per qual motivo le classi dominanti ci vogliono ad ogni costo  trascinare colà  dove spara il fucile e fende la sciabola? Perché ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non scendiamo nelle strade, dove siamo in precedenza   sicuri della sconfitta? E perché con tanta insistenza  si invoca da noi che abbiamo una buona volta da prestarci alla parte di carne da cannone? Eh! No: non siamo così grulli!”.
     Evidentemente il povero Engels peccava un tantino di presunzione, e – almeno in quest’ultima fase -  non prevedeva con esattezza l’avvenire!
     Ma già in molte delle monografie precedenti, in quelle magnifiche monografie che sono come il compimento e il saggio di applicazione delle teorie astratte, Marx, su questo tema della violenza, aveva corretto abbondantemente il suo pensiero del 1848.
Baldesi vi ha citato un suo discorso del ’74 ad Amsterdam.  Io vi rammenterò le prefazioni alle varie successive edizioni e traduzioni del “Manifesto”, nelle quali i due autori confessano apertamente di essersi ingannati nell’aver sopravalutato  le forze rivoluzionarie proletarie (sono del resto le illusioni di tutti i giovani e di tutti i partiti  giovani, e per Marx erano state concessioni inevitabili allo spirito blanquista  dei tempi), e nelle quali  si ride delle congiure e della azione illegale sistematizzata. Potrei ricordarvi ugualmente quel brano  de “ la guerra civile in Francia nel 1870-1871”, in cui afferma  che anche dalla Comune i lavoratori non potevano aspettarsi dei miracoli: “essi sapevano che,per realizzare la loro emancipazione e raggiungere così quelle forme superiori a cui tende  la società moderna con tutte  le sue forze economiche, essi avrebbero da sostenere delle lunghe lotte e attraversare una serie di fasi storiche, che trasformerebbero  le circostanze e gli uomini .Essi non avevano da realizzare l’ideale: dovevano soltanto sviluppare gli elementi di un nuovo mondo che la vecchia  società in dissoluzione racchiude nel suo seno”.  E rideva, verso la fine dello scritto – già fin dal 1872 – dello spirito poliziesco dei borghesi, che si figura “ l’associazione internazionale dei lavoratori  che agisce alla maniera di un’associazione segreta con un Comitato  centrale  il quale ordina a quando a quando a quando delle esplosioni nei diversi Paesi “.  Acquistate  nell’atrito del teatro l’opuscolo postumo  di Engels, edito da Edoardo Bernstein,  I  fondamenti del comunismo,  e vedrete, alle pagine  15  e  19, quel ch’egli scriveva circa la inutilità, anzi i danni dell’azione illegale, circa la gradualità  in evitabile della trasformazione economica  e  l’impossibilità di abolire la proprietà  privata  prima che sia creata la necessaria quantità dei mezzi di produzione, e circa la necessità, per l’esercito proletario, di proseguire ancora per molti anni “ con la lotta dura e tenace  da una conquista all’altra”. Potrei moltiplicare le citazioni delle fonti, ma non è, purtroppo, con dieci o cento citazioni che muterò  l’abito mentale dei dissenzienti  pertinaci.  Bastino le poche che ho fatte, per i compagni di buona fede, a dimostrare almeno  da qual parte siano i veri eredi del vero marxismo e che cosa debba pensarsi  - alla stregua di esso – del berg-
sonismo  sociale, del socialismo generato  dalla carestia, e di tutte le altre  decrepite novità che ci vengono oggi ammanite dall’estremismo che si dice comunista.  Fu unicamente il culto di alcune frasi  isolate da comizio(“ la violenza levatrice della nuova storia” e somiglianti), avulse dal complesso dei   testi,  e ripetute per accidia intellettuale, che in  unione alle naturali  ribellioni del sentimento, velò a troppi di noi  il fondo e la realtà della dotrina marxista.
     Quel culto delle frasi, in odio al quale il Marx amava ripetere che egli, per esempio, “ non era marxista”,  e che a me – di cento cubiti piu’ piccolo  - a udire le scemenze di certi pappagalli ,accadde di affermare che io non sono  turatiano (ilarità). Perché nessuna formula – neanche quella di Mosca – sostituirà mai il possesso di un cervello, che, in contatto con i fatti  e con  le esperienze, ha il dovere di funzionare.

LA  VIOLENZA NELLA STORIA DEL SOCIALISMO ITALIANO – UNA FACILE PROFEZIA

     vengo  alla nota pratica della mia dichiarazione, nella quale mi sarà concesso  di essere breve.  Sul terreno pratico,quarant’anni o poco meno di propaganda e di milizia  mi autorizzano ad esprimervi  sommariamente un’altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po’ ridicola) una profezia, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prendere nota. Fra qualche anno  - io non sarò forse  piu’ a questo mondo – voi constaterete se la profezia si sia avverata.  Se avrò fallito, sarete voi i trionfatori.
     Questo culto della violenza, violenza esterna od interna, violenza fisica o violenza morale, che pretende forzare la mentalità, far camminare il mondo sulla testa ( Marx, come sapete, correggendo Hegel lo mise sui suoi  propri  piedi), e che è ugualmente antipedagogica e contraria allo scopo – non è nuovo, già lo dissi, nella storia del socialismo  italiano, come di altri Paesi. Ed il comunismo critico di Marx e di Engels ne fu appunto la piu’ gagliarda negazione.
     Ma, per fermarci all’arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, stà, a un dipresso, di mezzo fra la Russia e la Germania, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche modo le fasi del Partito, storia (sorridete pure del mio consiglio) che farete bene a leggere negli articoli pubblicati nella Nuova Antologia  del 1  e del 16 dicembre  da un  vostro avversario – onesto e di non comune dottrina
E di assoluta obiettività – intendo l’On. Meda, Ministro del  Tesoro;  quella storia dimostra a chiare note come cotesta lotta fra il culto della violenza  che pretende di imporsi  col miracolo ed il vero socialismo che lo combatte,è stata sempre, nelle piu’ diverse forme, a seconda dei momenti e delle  circostanze,il dramma intimo e costante del partito socialista. Ma il socialismo, in definitiva fu sempre il trionfatore contro tutte le deviazioni e caricature.   Non è da opggi che noi siamo i social-traditori .  Lo fummo sempre: all’epoca degli inizi, all’epoca degli scioperi generali politici, degli scioperi economici a ripetizione, eccetera, eccetera.  (voce – bravo! Viva la sincerità!).
     Turati – Sissignori! Il  “Partito operaio”, nel decennio 1880-189°, era già una reazione la corporativismo  operaio. E noi, che volevamo farne un partito politico, eravamo guardati con sospetto, Nel 1891-92  il partito operaio si allargava in Partito dei Lavoratori  (che s’ispirava a un concetto già piu’ ampio,in quanto abbracciava anche i lavoratori del cervello)   e piu’ tardi a Reggio Emilia (1893), in “ Partito  Socialista dei Lavoratori Italiani “, per divenirefinalmente a Parma, nel 1895, sotto i colpi della reazione  piu’ dura, il “Partito  Socialista Italiano”. Queste trasformazioni   del nome esprimono appuanto il concetto della conquista del potere, che noi introducevamo man mano nel programma che il partito aveva tracciato, ai suoi inizi^ , programma di azione diretta, una specie di  presovietismo  dell’epoca.  Nel 1892
(Genova) esso culminò nella violenta separasione   dagli anarchici. Ma non per ragioni ideologiche di pura filosofia. Forsechè dagli anarchici ci divideva la diversa  concezione di quello che dovrà essere la società futura?   Ma neppure per sogno!  Per un avvenire lontano noi tutti  possiamo anche professarci  anarchici, perché l’ideale  anarchico rappresenta  - tecnicamente – un superlativo di perfezione.  Quel che ci divideva era l’impazienza , la violenza, la improvvisazione.  Molti anarchici, fatti riflessivi dall’esperienza e dagl’anni, ritornarono poi nelle nostre file.  Sono note le vicende  dal 1894 al 1898 .  Nel 1904 imperversò il sindacalismo, coi primi grandi scioperi generali, col labriolismo,
con lo sciopero agrario  di Parma: era il sovietismo   italiano di quel tempo, e fu debellato  al congresso di Firenze nel 1908.
     Oscillazioni, ritorni, transazioni, ce ne furono a josa.  Venne poi il ferrismo   ossia il rivoluzionarismo verbale, ossia proprio quello, mutatis- mutandis ,  che è oggi il graziadeismo (ilarità); e venne la transazione integralista dell’ottimo Morgari, che durò appena un paio d’anni  sui palcoscenici dei nostri comizi (vivissime interruzioni).
     Turati – Non pretenderete mica, spero, che io dica le opinioni  vostre. Vi esprimo francamente le mie.  Venne dunque l’integralismo,  che, a dir il vero,  in quel momento salvò il partito (onde noi lo accettammo come meno peggio al Congresso di Firenze) e che fu l’anticipazione dell’odierno Serratismo,  del comunismo unitario, del socialismo comunista, di quel socialismo che sta un po’ di qua  e un po’ di la, sia pure per amore dell’unità, ma che reca nel proprio seno la contraddizione insanabile (applausi dei comunisti puri )  . Sono perfino gli  stessi tipi
antropologici  e somatologici che rinascono e si presentano.  La guerra ha ridato una giovinezza perfino all’anarchismo, che ha oggi in Italia un proprio  giornale quotidiano. Ebbene, nella storia del nostro partito l’anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo…finì  al potere, il ferrismo, anticipazione, come ho detto, del graziadeismo (nuova ilarità), fece le capriole  che sapete, l’integralismo stesso sparì e rimase il nucleo vitale: il marcio riformismo, secondo alcuni, il socialismo , secondo noi, il solo vero, immortale, invincibile  socialismo, che crea coscienze,  Sindacati, Cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale seremo sempre a questi  ferri, e la demagogia sarà sempre in auge), si impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea la maturità della classe, la maturità degli animi  e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone.
     Sempre social-traditori ad un modo, e sempre vincitori alla fine. La guerra doveva rincrudire il fenomeno. La  lotta sarà piu’ dura, piu’ tenace e piu’ lunga, ma la vittoria è sicura anche questa volta.

BOLSEVISMO E INTERNAZIONALE

     Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione russa, alla quale io applaudo con tutto il cuore…(voce…Viva la Russia!).
     Turati (continuando): …il mio russo sarà evaporato ed il bolsevismo  attuale o sarà caduto o si sarà trasformato.  Sotto la lezione dell’esperienza (e speriamo che  all’Italia siano risparmiate le sanguinose giornate d’Ungheria, verso cui la spinse inconsapevolmente) le vostre affermazioni  d’oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli operai e dei contadini  ( e  perché no dei  soldati? avranno  ceduto  il passo a quel grande Parlamento Proletario Italiano, al quale si alleerà  il proletariato di tutto il mondo. Voi arriverete così al potere per  gradi. (Dico,anzi, che noi ci siamo già; non si tratta che di saper   valersene  e di avanzare).  Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei piu’ grandi  fatti della storia, ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica  e mimetistoica, che è storicamente  e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medio evo.   Avrete capito allora, intelligenti come siete (ilarità) ,  che la forza del bolsevismo  russo è nel peculiare  nazionalismo  che vi stà sotto, nazionalismo che del resto avrà una grande influenza  nella storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi  dell’Intesa e dell’America, ma  che è pur sempre una forma di imperialismo.   Questo bolsevismo, oggi – messo al muro  di trasformarsi o perire – si aggrappa a noi furiosamente,  a costo di dividerci , di annullarci, di sbriciolarci; sìingegna di creare una nuova Internazionale  pur che sia, fuori dell’Internazionale e contro una parte   di essa, per salvarsi  o per  prolungare almeno la propria  travagliata esistenza; ed è naturale, e non comprendo come Serrati  se ne meravigli e se ne sdegni, che essa domandi a noi , per necessità della propria vita,  anzi della vita del proprio governo, a   noi che ci siamo fatti così supini, e  che preferiamo esserne strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai domandare né al socialismo francese né a quello di alcun altro paese civile.  Ma noi possiamo seguirlo cecamente, perché  diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente  orientale, in opposizione  al ricostituirsi  della Internazionale piu’ civile e piu’ evoluta, l’Internazionale di tutti popoli, l’Internazionale definitiva.
     Tutte queste cose  voi le capirete fra breve e allora il programma,  che state ( come confessaste)  faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre,  vi si
modificherà  fra le mani e non sarà piu’ che il nostro vecchio programma…





AZIONE E RICOSTRUZIONE

     Il nucleo solido, che rimane di tutte queste cose caduche  è l’azione: l’azione, la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione  in un dato giorno, ma è  l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obiettive e subiettive, della  maturità proletaria  alla gestione sociale.  Sindacati, Cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, coltura, ecc. ecc., tutto ciò è il  socialismo che diviene.  E, o compagni, non diviene per altre vie.  Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione  allunga il cammino; la via lunga è anche la piu’ breve … perché è la sola.  E l’azione  è la grande educatrice e pacificatrice.   Essa porta all’unità di fatto, la quale non si crea con le formule e neppure con gli ordini  del  giorno, per quanto abilmente congegnati, con sapienti dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo.
     Azione prima  e dopo la rivoluzione – perché dentro la rivoluzione -   perché rivoluzione essa stessa.   Azione pacificatrice, unificatrice.
Non è a caso che proprio dove piu’  l’azione manca, perché non vi può essere ancora – ad esempio, nel Mezzogiorno – ivi l’estremismo, il miracolismo hanno maggior voga.  Non è a caso che, dove la organizzazione è piu’ forte, essi si attenuano e la Confederazione del Lavoro
è  e rimarrà sempre, per sua organica necessità, checchè voi tentiate il contrario, col vecchio e vero socialismo.
     Ond’è, che quand’anche voi aveste impiantato il partito  comunista e organizzati  i Soviet   in Italia, se uscirete salvi dalla reazione  che avrete provocato  e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova,
Voi sarete forzati, a vostro dispetto – ma lo farete con convinzione, perché siete onesti -  a ripercorrere completamente la nostra via dei social’traditori di una volta;  e dovrete farlo perché essa è la via   del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe.
     E, dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione delusione;  dovendo percorrere questa strada  voi dovrete fin da oggi  fare opera di ricostruzione  sociale.  Io sono quì oggi alla sbarra, dovrei avere le guardie  rosse accanto…(si ride),    perché, in un discorso prununziato il 26  giugno alla Camera: Rifare l’Italia!, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione  sociale del nostro Paese.   Ebbene leggetelo quel discorso, che probabilmente non avete letto, ma avete fatto male (ilarità).
     Quando lo avrete letto, vedrete che questo  capo di imputazione, questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro, il comune programma .
(approvazioni).   Voi temete oggi di ricostruire  per la borghesia, preferite di lasciar  crollare la casa comune, e fate vostro il  “ tanto peggio, tanto meglio!”  degli anarchici, senza pensare che  il   “ tanto peggio”  non dà incremento  che alla guardia regia ed al fascismo. (applausi).
Voi non intendete ancora che questa ricostruzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, per se stesso e per tutti, sarà il  miglior passo, il miglior slancio, il piu’ saldo fondamento  per la rivoluzione completa  di un giorno. Ed allora, in quella  noi trionferemo insieme. Io forse non vedrò  quel giorno: troppa gente nuova è venuta che renderà aspra la via, ma non importa. Maggioranza o minoranza non contano. fortuna di Congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alle necessità della storia.  Ciò che conta è la forza  operante, quella forza per la quale io vissi  e nella cui fede  onestamente morrò, eguale sempre a me stesso.  Io combattei per essa, io combattei per il suo trionfo: e se trionferà  anche con voi,  è perché questa forza operante non è altro che il socialismo.
     Ebbene – conclude con la voce  rotta dalla commozione Filippo Turati -: EVVIVA IL Socialismo!


     ( Tranne i comunisti secessionisti, tutti i delegati delle altre frazioni  ripetono il grido  e tributano a Turati ripetute ovazioni, che lo accompagnano mentre egli dalla tribuna si reca nel palco di proscenio   a destra, dove lo attendono Treves, Modigliani, D’Aragona, Buozzi, Storchi e molti altri amici.    Durante il breve tragitto  egli riceve in finite  strette di mano ed è piu’ volte abbracciato. I comunisti  secessionisti  gridano  “ Viva la Russia! “ ).

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2 commenti:

sergio merzario ha detto...

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sergio merzario ha detto...

Un MEGA.. servizio, di Luciano per la preveggenza che ha avuto nel 1921.. Filippo TURATI un Vero Socialista come PERTINI! .. in memoria di mio padre un socialista come il suo grandissimo amico... Civennese Giuseppe COMINI.. detto "PRUCESS".. per via della sua grande abilità oratoria.. segretario della sezione Alpini di Civenna.. da.. Rio Merzario!
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