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giovedì 9 giugno 2011

GIULIANO PISAPIA VINCE AL BALLOTTAGGIO ED E’ IL NUOVO SINDACO DI MILANO

GIULIANO PISAPIA VINCE AL BALLOTTAGGIO ED E’ IL NUOVO SINDACO DI MILANO


di Massimo Emanuelli

Massimo Emanuelli, insegnante e giornalista milanese, storico di Milano, che ha conosciuto parecchi sindaci della città fa un’analisi del voto e spiega il perché della Vittoria di Giuliano Pisapia.



Giuliano Pisapia è stato eletto sindaco di Milano, è l’undicesimo primo cittadino del capoluogo ambrosiano dal dopoguerra. Dopo diciassette anni una giunta di centro-sinistra torna al governo della città. Al primo turno più che una vittoria di Pisapia c’è stata una sonora sconfitta del sindaco uscente Letizia Moratti. Molti elettori moderati infatti si sono astenuti o hanno scelto il terzo polo. Al ballottaggio la Milano moderata, riformista e cattolica, unitamente al terzo polo, si è decisamente schierata con Pisapia che ha aumentato ulteriormente il proprio consenso rispetto ai voti recuperati dal sindaco uscente. Pisapia ha vinto perché ha saputo conquistare la Milano moderata, riformista, socialista e cattolica, ormai stanca di una destra che non esprimeva più l’anima della città. Nonostante una denigratoria ed esagerata campagna volta a spaventare l’elettorato moderato, Pisapia si è dimostrato equilibrato, non ha risposto a provocazioni.

Le prime risposte di Pisapia sono arrivate pochi giorni dopo la vittoria ma non nei confronti della destra sconfitta, bensì nei confronti di Nichi Vendola, leader del suo partito. Vendola (come ormai fanno in tanti senza conoscere la storia della città, senza conoscerne l’elettorato e senza essere informati su Milano) si è lasciato andare in alcune dichiarazioni fuori luogo e Pisapia ha replicato: “in una città che non si conosce si ascolta”. Pisapia probabilmente farà come Virginio Ferrari, il sindaco socialdemocratico degli anni ’50 che, una volta eletto primo cittadino, non mise più piede nella sede del suo partito. Pisapia sarà il sindaco di tutti i milanesi, di tutte le culture ed anime della città. Pisapia dovrà lavorare molto per far ripartire Milano, una Milano da ricostruire, come Antonio Greppi, il sindaco della Liberazione. Anche Pisapia come Greppi è avvocato, non scrive opere teatrali ma ha molti amici artisti. Il nuovo sindaco mi ricorda molto Aldo Aniasi, primo cittadino dal 1967 al 1976, abilissimo nel conciliare le diverse esigenze, le diverse culture politiche cittadine e le forze sociali, che sapeva dialogare con la vecchietta e con l’intellettuale, con il commerciante, con il pensionato e con l’imprenditore.

Pisapia sta dimostrando di essere il sindaco di tutti i milanesi, lo ha dimostrato con diverse dichiarazioni, con le sue prime uscite pubbliche e aprendo Palazzo Marino ai cittadini lo scorso 2 giugno, spezzando così una quasi ventennale tradizione di sindaci che vivevano blindati e lontani dalla cittadinanza.

Anche nella scelta dei propri collaboratori in giunta pare sia rispettato il pluralismo, e così sarà nelle aziende comunali: “Nelle aziende partecipate tutti quelli con doppio incarico dovranno cederlo, chi è stato nominato in base alle competenze resterà, chi invece è stato nominato per equilibri politici non potrà restare”

Parole sagge per un sindaco super partes. Buon lavoro signor Sindaco.



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I SINDACI DI MILANO: DA ANTONIO GREPPI A GIULIANO PISAPIA (1945-2011)

di Massimo Emanuelli

I SINDACI DI MILANO DAL 1945 AD OGGI VISTI DA MASSIMO EMANUELLI STORICO, DOCENTE, GIORNALISTA, AUTORE DI UN LIBRO SUI SINDACI DI MILANO, MOLTI DEI QUALI EMANUELLI HA CONOSCIUTO PERSONALMENTE.

Giuliano Pisapia è l’undicesimo sindaco della città dal dopoguerra. Milano non è mai stata comunista ed estremista, ma riformista, socialista e cattolica. Nel 1945 il Cln nominò sindaco di Milano Antonio Greppi, un socialista cattolico che dimostrò che si può essere buoni socialisti e buoni cattolici, da cattolico non concepì vendette, grazie ai suoi appelli a Milano (diversamente dalla Liguria e dalla Romagna) la barbara caccia al fascista dopo la Liberazione con la scia di sangue ed atrocità non durò mesi od anni ma pochi giorni. D’altronde a Milano in quel periodo i socialisti avevano più consenso elettorale dei comunisti, e pertanto si affermò una tradizione di tolleranza. Greppi fu sindaco di una giunta composta dai sei partiti del comitato di liberazione nazionale (socialisti, comunisti, liberali, democristiani, repubblicani e azionisti). Avvocato con una grande passione per il teatro, commediografo, seguace di Filippo Turati di cui giovanissimo frequentava la casa sotto i portici di piazza del Duomo. Attivo protagonista nella Resistenza nell’agosto 1944 Greppi aveva perso il figlio Mario braccato dai nazifascisti lanciatosi su un tram in moto nei pressi di piazzale Baracca, tram da cui era sceso per evitare che sparando su di lui venisse colpito qualche inconsapevole passeggero, fu crivellato di pallottole. Antonio Greppi venne eletto sindaco di Milano alle elezioni amministrative dell’aprile 1946, la sua giunta ricostruì la città dalle macerie, le sue memorie sono state raccolte nell’ormai introvabile libro RISORGEVA MILANO il cui titolo venne ispirato dal film di Vittorio De Sica MIRACOLO A MILANO girato proprio all’Ortica con il permesse di Greppi. Con Greppi sindaco vennero ricostruiti il Teatro La Scala, la Galleria Vittorio Emanuele, la Biblioteca Ambrosiana e tanti altri monumenti ed abitazioni distrutte dai bombardamenti della guerra. Il 21 maggio 1951, tre giorni prima della scadenza elettorale per il rinnovo del consiglio comunale, Greppi si congedava dalla cittadinanza tenendo in piazza del Duomo il suo ultimo discorso da sindaco. Erano passati sei anni da quando Milano, distrutta dai bombardamenti, si era risollevata: la Scala era stata riaperta con un memorabile concerto di Arturo Toscanini, la storia interrotta aveva ripreso il suo corso grazie alla Fiera, ai convegni internazionali e ad altre attività. Di Milano parlava ormai tutta Europa, come sembrava ormai lontano l’aprile 1945 allorquando Greppi si era assunto un compito che avrebbe atterrito chiunque, ma l’avvocato socialista aveva accettato quell’incarico come ricompensa. Aveva dovuto vedersela con la litigiosità dei partiti appena nati, con le incrostazioni del passato, con la mancanza di fondi e davanti allo sfacelo della città distrutta, ma “Milan dis e Milan fa” il vecchio adagio che riecheggiava nei momenti di difficoltà aveva spronato sindaco, giunta, consiglieri comunali e cittadini. All’inizio degli anni ’50 il miracolo era compiuto: ricostruiti i monumenti, la case distrutte dai bombardamenti, edificati i nuovi palazzi, finisce l’emergenza. Ma il mondo è ora diviso in due blocchi e la situazione interna è cambiata: comunisti e socialisti sono orami all’opposizione del governo nazionale. Chiunque sarebbe venuto dopo Greppi avrebbe dovuto seguire il suo esempio anche in fatto di moderazione.

Nel 1951, terminato il suo mandato, a Greppi subentrò Virginio Ferrari, il “sindaco bianco”, socialdemocratico che guidò una giunta con democristiani e laici. Uomo di stampo ottocentesco, già assessore alla Sanità con Greppi, Ferrari dopo la sua nomina a primo cittadino non metterà più piede nella sede del suo partito, ligio al dovere, probo ed onesto, sarà suo uso rimborsare la benzina al Comune. La Milano di Ferrari (che fu eletto nel 1956 e che restò in carica fino al 1960) è quella dell’immigrazione dal meridione, dei grandi progetti come la metropolitana, della realizzazione delle biblioteche,del la ristrutturazione della fiera, la Milano che entra nella fase del boom economico. Ferrari fece anche costruire centri per anziani e ritiratosi dalla politica si fece ricoverare in una casa di riposo in via Panigarola che aveva costruito, casa di riposo nella quale morì il 12 giugno 1975

All’inizio degli anni ’60 Milano è laboratorio del primo centro-sinistra (che nascerà a livello nazionale tre anni dopo con Aldo Moro) sindaco della città è Gino Cassinis, rettore del Politecnico, uomo di cultura che riporta i socialisti in giunta, suo vice è Luigi Meda, cattolico figlio del fondatore del Partito Popolare, fra gli assessori Piero Bassetti (oggi consigliere di Giuliano Pisapia), Bettino Craxi ed Aldo Aniasi (futuro sindaco di Milano). Eminente scienziato, presidente dell’Accademia dei Lincei, attivista socialdemocratico, probo, lavoratore indefesso, ricco di humor, una volta uscì con una sua significativa battuta circa la composizione del consiglio comunale milanese: “compiangetemi pure, un sindaco può fare tante cose magnifiche, ma non può alzare di un millimetro la statura dei suoi consiglieri”.

Gino Cassinis morì per infarto nel gennaio 1964 mentre si trovava a Roma per presiedere una riunione dell’Accademia dei Lincei, unico sindaco di Milano morto durante il mandato. Il 17 gennaio 1964 il consiglio comunale che allora nominava il sindaco, elegge nuovo primo cittadino Pietro Bucalossi. Toscano di San Miniato, cancerologo di fama mondiale, presidente dell’Istituto dei Tumori, proveniente da Partito d’Azione poi confluito con i socialdemocratici, Bucalossi era stato l’anima e lo stimolo della giunta Cassinis. Fu il quarto medico sindaco della città, dopo Filippetti, Mangiagalli e Ferrari. Appena eletto sindaco si dimise dall’Istituto dei Tumori (il suo lavoro sarà proseguito dall’allievo prediletto, il professor Umberto Veronesi) e dalla Camera dei Deputati (gli subentrerà l’ex sindaco Ferrari). Agli anni del boom subentrano quelli della crisi economica. Bucalossi era ossessionato dal pareggio del bilancio, fu un sindaco turbolento ed impulsivo, in polemica con tutto e con tutti, anche col suo partito, annunciò subito una politica di “economie fino all’osso”, inaugurò però la linea 1 una della metropolitana e molte case popolari. Venne rieletto alle elezioni del novembre 1964, nonostante l’avanzata dei comunisti. Brutale ma veritiero il suo commento mentre faceva roteare in modo nevrotico, l’orologio da taschino appeso alla catenina: “I socialisti – disse alludendo alle migliaia di lavoratori per cui erano state costruite le abitazioni popolari – gli hanno dato casa e loro hanno votato per il Pci” sibilò con il suo profilo pallido, afflato e spettinato che lo faceva assomigliare ad un violinista polacco. Bucalossi focalizzò la sua attenzione sulla riduzione delle spese di rappresentanza, aumentò il prezzo del biglietto del tram da 70 a 100 lire per far fronte al disavanzo dell’Atm. Milano aveva bisogno di denaro, e il Sindaco mandò a Roma i suoi assessori a “batter cassa” dal ministro del Tesoro. Bucalossi, pretendeva maggiore autonomia da Roma: “Milano può e deve fare da sé”. Le autostrade, l’aereoporto di Linate (che a differenza di quello romano di Fiumicino fu realizzato senza alcun contributo da parte dello Stato), il nuovo mercato ortofrutticolo, l’ospedale San Carlo, abitazioni, un ottimo servizio di refezione scolastica, il raddoppiamento delle aree verdi, la realizzazione di parchi attrezzati e grandiosi come il Forlanini. Luigi Meda, suo vice, si rivelò una preziosa spalla: se il Sindaco era impulsivo, iracondo, a volte imprudente, anche se in buona fede, pronto a polemizzare sia con l’opposizione che con i propri alleati di giunta, Meda fu l’opposto: bonario, mediatore, ad ogni contrasto fra uomini e gruppi, possedeva la grande virtù di ridimensionare tutte le questioni col suo buon senso. Il 12 dicembre 1966 Meda morì, e nessuno riuscì più a fermare i “colpi di testa” del Buca, che rimase sempre più solo ed isolato. Paolo Grassi e Giorgio Strehler polemizzarono col Sindaco, reo di avere ridotto i finanziamenti al Piccolo Teatro, “perché il Comune deve dare quattrini a tutti?” ripeteva nelle riunioni di giunta, tambureggiando impaziente le dita sui tavoli, quasi a volere interrompere le lagne degli interlocutori. “Sta scritto nella Costituzione che noi si debba tenere in piedi un circolo, un teatro, un premio?”

Bucalossi abolì la consuetudine di far servire da ditte specializzate private cene nella Sala Alessi per rifocillare i consiglieri comunali quando le sedute si protraevano. Abituato a vivere con un tramezzino e un bicchiere d’acqua sostituì le cene con dei volgarissimi panini. Bucalossi passò da una politica di investimenti ad una di risparmio. Bucalossi si scontrò con Bettino Craxi che gli disse: “Ricordati che un sindaco che non va d’accordo col segretario del suo partito fa poca strada”. Fra Craxi e Bucalossi era polemica continua, il primo voleva una giunta dinamica, impegnata in grandi progetti per una città europea, il sindaco era invece ossessionato dal pareggio del bilancio, pur di farlo quadrare arrivò ad ipotizzare la vendita della Galleria, il salotto dei milanesi, ai privati. Craxi sognava una Milano europea, colta, dinamica, efficiente, fatta di architetti, di intellettuali, di politici moderni, di cineclub, di arte, di imprenditori dinamici, Bucalossi era un uomo dell’800: sempre attento alle cinque lire. Quando il Comune di Milano rese pubblico l’acquisto dell’ex Palazzo Reale dallo Stato, in cambio dell’ex Ospedale Sforzesco e di 500 milioni, Bucalossi tuonò contro “l’ennesimo sperpero dell’amministrazione comunale”.

Alla fine del 1967 Bucalossi, ormai isolato, prese contatto coi vertici nazionali del Pri per candidarsi alle elezioni politiche, e si dimise dalla carica di sindaco. A chi gli raccomandava di non aprire la porta, con le sue dimissioni, a uomini che non avrebbero avuto la sua coscienza e la sua probità rispose: “Non sono certo io l’autore di una crisi, altri hanno predisposto situazioni che non possono permettere di mantenere in vita una parvenza di amministrazione che neppure il calendario dei buoni propositi potrebbe giustificare. Attardarsi su posizioni di stallo costituisce danno per la nostra comunità, un danno peggiore di qualsiasi altra soluzione. L’unico contributo che possa dare alla necessaria evoluzione sono le dimissioni”. Deputato nelle fila del Pri alle politiche del 1968, ministro della Ricerca Scientifica e Tecnologica nel IV governo Rumor, Ministro dei Lavori Pubblici nel IV governo Moro, e vice-presidente della Camera. Ancora consigliere comunale, stavolta nelle fila del Pri che poi abbandonò per passare con il Pli. . Bucalossi cambiò molti partiti, ma, a differenza dei professionisti della politica attuali, non lo fece mai per opportunismo, ma per ideologia: invece di guadagnare poltrone le perdeva. Nel 1980 si presentò nella lista civica Il Melone, il cui simbolo era melone con un Duomo stilizzato, il programma era: “Rendere ufficiale lo strumento del dissenso. Non vogliamo essere definiti come un nuovo partito, consideriamo l’arco costituzionale ‘incostituzionale’, ci battiamo contro la lottizzazione e speriamo di far confluire su di noi il consenso di coloro che, nel corso delle ultime elezioni, hanno votato scheda bianca, hanno annullato il voto, o non si sono recati alle urne in segno di protesta”. Fu il candidato più votato della lista ma Il Melone non otterrà il quorum e perciò non rientrò a Palazzo Marino; fra gli altri candidati c’erano Roberto Bernardelli, e un certo Umberto Bossi, che ottenne soltanto 5 voti di preferenza personale. Bucaolossi fu l’ultimo esponente della generazione di inizio secolo, si recava dalla sua casa di via Bigli a Palazzo Marino, ma anche da Palazzo Marino all’Istituto dei Tumori, con le proprie gambe, disdegnava macchine, autisti, biciclette e perfino il tram.

Nel dicembre 1967 il consiglio comunale elesse nuovo sindaco di Milano Aldo Aniasi. La fine degli anni ’60 sarà un periodo abbastanza convulso per la città e per l’Italia, crisi, contestazione studentesca e terrorismo. Così il giornalista Alberto Cavallari sul Corriere della Sera nell’articolo Milano cerca un sindaco e soprattutto cerca sé stessa, ben fotografava la situazione:

“Milano cerca un sindaco. Ma l’operazione vera, dietro le votazioni, le consultazioni, le trattative, è che Milano cerca sé stessa. Avere un sindaco infatti non significa nulla se il sindaco non sarà un interprete, un medium fra la città e il potere. Avere un sindaco infine non significa nulla se Milano non trova sé stessa. Dietro la crisi di Palazzo Marino c’è una crisi più grande. E’ la crisi di Milano, questa città che si avvia al 2000 e che si amministra con metodi dell’Ottocento, questa metropoli che avrà un cuore generoso ma che manca di un generoso cervello. La città cresce, vive, lavora e produce redditi con un dinamismo sconosciuto alle altre città italiane, ma le sue amministrazioni sono incapaci di seguirne il passo e il distacco fra la città che corre e l’amministrazione che resta ferma diventa sempre più grande. Crescono i nuovi quartieri di periferia ma i tram giungono sempre dopo gli abitanti, l’aumento di popolazione è più veloce dei rifornimenti idrici, le scuole si costruiscono quando i bambini iscritti all’anagrafe vanno a soldato. Esiste poi anche una città piena di intellettuali, ma anche sul piano della cultura pubblica nessuno se ne accorge”.

Aldo Aniasi saprà interpretare gli umori della città, gestire il difficile periodo del terrorismo, della crisi economica saprà rivolgersi ai certi produttivi, ai cittadini, agli intellettuali. Nato a Palmanova il 31 maggio 1921 figlio di un funzionario statale dell’ufficio del Registro, giovanissimo aveva cambiato città per il mestiere del padre (Rapallo, Mirandola, Rho, Desio, Codogno e Magenta), nel 1938 era arrivato a Milano. Diplomatosi geometra all’Istituto Cattaneo di piazza Vetra, aveva lavorato in un’azienda privata e all’Anas e aveva proseguito gli studi di sera (maturità scientifica e iscrizione al Politecnico). Dopo l’8 settembre 1943 iniziò un’attività clandestina nel codognese e nel lodigiano e per sottrarsi ad una cattura era fuggito in Valsesia, nell’Ossola, dove aveva iniziato la sua attività di partigiano. Scelto il nome di battaglia di Iso Daniali (anagramma di Aldo Aniasi) per questa ragione sarà sempre soprannominato “Iso”. Aniasi a guerra ultimata dopo una breve permanenza nel Pci si era iscritto al Psi, quindi era passato con Saragat, eletto consigliere comunale nel 1951, assessore all’economato dal 1954 al 1959 nelle giunte Ferraris, quindi assessore ai lavori pubblici con Cassinis e Bucalossi. Fece una lunga gavetta prima di diventare primo cittadino, a differenza dei candidati della seconda Repubblica catapultati in collegi blindati, promossi non per anzianità ma con altri criteri. Aniasi venne subito definito dai giornalisti “uomo grigio”, “uomo medio” la sua novità fu quella di essere il sindaco che sapeva intrattenersi con la vecchietta e con l’intellettuale, che suppliva ai limiti culturali con l’ntelligenza e l’arte di ascoltare. Aniasi spezzò la tradizione dei sindaci per chiara fama, non scriveva poemi come Greppi, non era professore come Ferrari, Cassinis e Bucalossi. Ma grandi furono le iniziative di Aniasi: scuole, giardini (verde pubblico), metropolitana,

Aniasi governò la città con il consenso di tutti i partiti e con la tacita benevola opposizione dei comunisti, preludio al varo, il 31 luglio 1975, alla prima giunta di sinistra che Aniasi realizzerà.

Aniasi lascerà Palazzo Marino per fare il deputato: con l’addio di Iso si aprì una nuova era nella storia di Milano e, contemporaneamente, se ne aprì un’altra. Aniasi dopo avere governato l’emergenza durante il terrorismo lasciò al suo successore, Carlo Tognoli, la formula dell’amministrazione rossa da lui stesso creata poco prima di dimettersi. Aniasi è stato il sindaco della mia infanzia, ero bambino e sentivo sempre parlare di lui, da adolescente, con sindaco Carlo Tognoli, Aniasi fu ministro. Non ho mai avuto occasione di incontrare personalmente Aniasi allorquando era sindaco o ministro, il mio primo incontro con lui fu al Circolo De Amcis, quando Iso era vicepresidnete della Camera. La mia amicizia con Aldo Aniasi risale agli anni ’90 e fu originata dalla stesura di un mio libro sulla storia di Milano del dopoguerra. Memoria storica del consiglio comunale, Aniasi mi mise in contatto con ex consiglieri ed assessori, grandi personaggi della città, e mi fornì documenti e testimonianze preziose sulle giunte del dopoguerra. Aniasi aveva un grande amore per la storia, rievocare con lui grandi figure milanesi del passato ci ha unito. Diversa era però la visione politica che avevo in quel periodo anche se devo ammettere con il senno di poi che il vecchio Iso allora aveva ragione, il destino dei socialisti avrebbe dovuto essere quello di confluire come corrente riformista in un grande partito di sinistra. Aldo Aniasi, Il “grande vecchio” del socialismo milanese con le sue dimissioni da primo cittadino inizia una nuova fase della storia di Milano. Carlo Tognoli guida verso gli anni ’80 che saranno caratterizzati dal secondo boom economico, è la Milano della moda, del terziario, della pubblicità, dei grandi eventi (l’incontro dei capi di governo dell’Unione Europea al Castello Sforzesco del giugno 1985 con il milanese Bettino Craxi Presidente di turno dell’Unione, Margareth Tatcher, Francois Mitterand; le visite milanesi del Dalai Lama e di Papa Wojtla) dei grandi concerti all’Arena e allo Stadio Meazza (Bob Marley, Dire Straits, Bob Dylan, Madonna), con Carlo Tognoli si riprende a festeggiare il Carnevale ambrosiano abolito durante il terrorismo. Ci si avvia alla “Milano da bere” di Paolo Pillitteri, nominato sindaco il 22 dicembre 1986. Milano da bere, come recita lo slogan creato dal pubblicitario Marco Mignani per la Ramazzotti, la linea 3 della metropolitana avanza, sarà inaugurata per i mondiali del 1990 che si svolgono in Italia. Milano è una fucina di progetti: Monteciy, Tecnocity, Portello, il passante ferroviario, le linee 4 e 5 della metropolitana.

All’inizio del 1992 diventa sindaco di Milano Giampiero Borghini, ex comunista appartenente alla corrente migliorista capitanata da Giorgio Napolitano, Borghini è un sindaco di transizione, dura poco più di un anno, non riuscirà a proseguire i progetti avviati da Pillitteri perché scoppia “mani pulite”. La “Milano da bere” diventa ora un ingiuria, una “Milano da digerire” o una “Milano da pere” come era apparso sui muri cittadini. Lega, Pci e Msi si divertono in un nuovo sport: la caccia al socialista e rimuovono e stravolgono la tradizione riformista della città che risaliva all’inizio del ‘900. Una sinistra evanescente, forcaiola, opportunista e giustizialista (dimenticandosi volutamente che faceva anch’essa parte della giunte rosse) porta la Milano moderata e riformista all’astensione o al voto per il leghista Marco Formentini.

Gli anni dal 1993 al 1997 sono gli anni del vuoto, difficile criticare il nulla, niente è stato fatto dalla giunta Fomentini con un consiglio comunale composto da molti anonimi incompetenti eletti con poche decine di voti per il boom leghista, dei quali non è rimasta traccia nella storia del consiglio comunale.

Nel 1997 il centro-destra, allora senza la Lega, candida sindaco Gabriele Albertini, svincolato dai partiti e dalle logiche politiche l’imprenditore riesce a far ripartire Milano, mentre la sinistra (votata alla sconfitta) non riesce ad esprimere candidati forti che rispettino la tradizione riformista, la Milano moderata sceglierà al ballottaggio Albertini. Due saranno i mandati di Albertini (rieletto al primo turno nel 2001) il quale però durante il secondo mandato forse senza lo stimolo di Indro Montanelli (“lo voto proprio perché è antipatico” aveva scritto il grande giornalista) forse si adagia. Nel 2006 non essendo ricandidabile Albertini il centro-destra candida Letizia Moratti, il centro-sinistra gli oppone l’ex prefetto della città Bruno Ferrante. Uomo delle istituzioni che fino a pochi mesi prima era dato dai giornalisti come ipotetico candidato del centro-destra, Bruno Ferrante inizialmente dà prova di moderazione e di autonomia dai partiti, strada facendo però commette errori come il togliere dalla propria lista civica esponenti del mondo riformista e cattolico e attaccare Letizia Moratti (solitamente chi attacca l’avversario in campagna elettorale perde) che così vince al primo turno.

Letizia Moratti sindaco dal 2006 pochissime sono le opere realizzate rispetto a quanto promesso nella campagna elettorale che l’aveva vista vincitrice. L’Expo è stato un successo del primo cittadino ma anche grazie alla componente riformista e cattolica e al tanto vituperato governo Prodi che, al di là del diverso colore politico, ha sostenuto Milano. La componente cattolica, liberale e socialista viene dimenticata dalla Moratti, che ha trattato i pochissimi socialisti e cattolici (o sedicenti tali) presenti come appestati. Una giunta sorda agli interessi delle città, lontana dai cittadini, con pochissime realizzazioni all’attivo, e presa da una logica spartitoria in consulenze a persone senza titoli, con doppio o triplo incarico. Una destra arrogante e reazionaria con il suo malgoverno è stata punita dalla Milano socialista, cattolica, riformista e libertaria

A giocare contro la Moratti è stata inoltre la politica nazionale: un Pdl sempre più bolscevizzato con un Dio, un Paese nel pieno di una crisi economica, con un governo che non fa nulla per rilanciare l’economia (voci critiche non certo comuniste come la Confindustria la Chiesa cattolica e una parte delle destra si sono sentite) oltre a tagliare lo Stato sociale (scuola, disabili ecc.), una maggioranza interessata non a portare avanti il Paese ma arroccata in un berlusconismo ormai patetico. Certi autogol come gli attacchi a Pisapia, il caso “Lassini”, l’avere trattato a pesci in faccia cattolici, socialisti, finiani, e lo stesso ceto medio produttivo meneghino, sono costati a Letizia Moratti la sconfitta.

Milano nel dopoguerra ha avuto fra i suoi consiglieri comunali personalità del calibro di Nicola Abbagnano, Ludovico Geymonat, Giuseppe Alberganti, Ester Angiolini, Elio Vittorini, Eugenio Scalfari, Massimo De Carolis, Giuseppe Faravelli, Giuseppe Lazzati, Egidio Sterpa, Roberto Tremelloni, Ezio Vigorelli, Giovanni Malagodi, Piero Malvestiti, Claudio Martelli, Giampaolo Melzi D’Eril, Ugo Guido Mondolfo, Cesare Musatti, Piero Bottoni, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Virginio Brocchi, Ivanoe Fraizzoli, Giancarla Mursia, Armando Cossutta, Ludovico D’Aragona, solo per fare qualche nome. Milano non poteva meritarsi Lassini, e altri scialbi personaggi che non hanno certo onorato il consiglio comunale negli ultimi anni. Personaggi nominati non per competenze, senza né arte né parte, di bassa “lega” che senza professionalità accumulavano cariche su cariche, Milano non poteva più tollerare la malatopolitica, malapolitica che era stato il cavallo vincente di Lega e Pdl, salvo poi creare proprio loro un personale politico.

Ma Milano come dà toglie, la città ha voluto mettere alla prova Pisapia, auguri di buon lavoro signor Sindaco, non tradisca la fiducia che gli è stata data.



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